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sabato 27 ottobre 2012

Vestire pulito

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Vestire pulito




Vestire pulitoSeguire la moda ed essere complici di violazioni di ogni genere: due facce di un'unica medaglia. La risposta una scelta di sobrietà. Ne parliamo con Francesco Gesualdi.
Bangladesh 2005: 64 morti alla Spectrum-Sharhiyar. 2006: 63 morti, circa 100 feriti alla KTS, Textile Industries a Chittagong; 22 morti, 50 feriti alla Phoenix Building a Dakha; 57 feriti dell’Imam Group a Chittagong; 3 morti, circa 50 feriti alla Sayem Fashions a Gazipur (da Clean Clothes Campaign).

Non basta. 4 e 16 gennaio 2006, a Dupnistza, Romania: due sorelle muoiono a distanza di pochi giorni di quella che viene definita ‘morte da lavoro’. Entrambe lavoravano per una fabbrica di scarpe italiana.

Questo è l’elenco, il più drammatico, degli effetti di un sistema produttivo da tempo sotto accusa perché in nome della competitività schiaccia nei suoi marchingegni, uomini, ambiente ed intere economie. È il sistema della produzione tessile mondiale che nell’era della globalizzazione ha mantenuto testa e tasche ad Ovest per delocalizzare produzione e affari là dove i costi sono più bassi, i diritti dei lavoratori meno ostacolanti e le norme più elastiche

Le trame del mercato

Siamo di fronte a un sistema diversificato nelle relazioni e nelle strutture economiche ma uguale per le conseguenze sociali e ambientali. Così, se per un consumatore è quasi impossibile sapere da dove proviene la propria biancheria è molto facile immaginare che chi ne ha coltivato le fibre, ha tessuto i filati o cucito i risvolti ha visto violati i propri diritti e ha subito gli effetti di condizioni di lavoro insalubri per se stesso e l’ambiente circostanze.

Di fatti, come ci spiega Francesco Gesualdi - curatore, insieme al Centro Nuovo Modello di Sviluppo, della Guida al Vestire Critico – “che le imprese si affidino interamente a terzisti sparsi in Asia, Africa o Europa dell’Est, o che mantengano in casa propria parte della produzione i risultati cambiano poco”: orari di lavoro fino a 16 ore al giorno, ambienti insalubri e non areati, fabbriche gestite come caserme, straordinari non pagati, negazione delle giornate di riposo, stipendi da fame, strutture prive dei minimi sistemi di sicurezza e coinvolgimento del lavoro minorile sono la norma che si declina per livello di orrore a seconda del paese e della grandezza dell’impresa, ma soprattutto a seconda della lunghezza della catena che dal produttore porta al consumatore. Come si legge nella Guida al vestire critico, infatti, “più si allunga la catena di subfornitura, tanto meno incassano i fornitori di fondo”, tanto più saranno gravi le condizioni di lavoro degli operai.

Se a monte resta il possessore del marchio che decide non solo, cosa e come vendere, ma anche costi e tempi di produzione, a valle c’è una catena più o meno lunga di intermediari, terzisti, piccoli imprenditori o colossi orientali della produzione tessile.

I pionieri dell’appalto

C’è così il caso Benetton, che mantiene il controllo delle fasi a monte e a valle della catena gestendo la produzione di filati, tessuti, tintoria, stamperia (così come gli allevamenti di 300.000 pecore in Patagonia e, “si vocifera”, piantagioni di cotone in Turchia), e delle vendite – con 5000 negozi a marchio sparsi in 120 paesi – mentre affida l’assemblaggio “alle centinaia di aziende terziste dislocate in Polonia, Romania, Croazia e Slovenia”. Ma ci sono anche casi più estremi di dissociazione in cui le aziende mantengono solo il marchio e affidano tutta la produzione – dalla ricerca dei filati, al taglio, all’assemblaggio – a imprese asiatiche, attraverso l’intermediazioni di capaci procacciatori d’affari. È il caso di Robe di Kappa (ma si potrebbero citare dozzine di multinazionali europee o nordamericane, da Nike in giù) che in Italia, tramite BasicNet decide gli stili e disegna i modelli, per poi farli realizzare in Asia con la collaborazione di Li & Fung, “la più potente impresa di intermediazione dell’Estremo Oriente” capace di smistare la produzione tra Cina, Vietnam, Cambogia o altri paesi del Sud-est asiatico.

Della delocalizzazione hanno approfittato anche le grandi catene di distribuzione che, nate per vendere al dettaglio i sottomarchi dei grandi produttori, hanno cominciato a rivolgersi direttamente a imprese o agenti asiatici per l’acquisto di prodotti sui quali appongono ora il proprio marchio. La pratica è “ampiamente utilizzata dai supermercati di tutto il mondo (vedi Wal-Mart, Gap, Tesco, ndr) e ciò spiega perché i principali committenti dei terzisti sparsi per il mondo siano gli operatori della grande distribuzione”.

Consumo critico: sobrietà e informazione

Come si fa allora a non essere complici di tante violazioni e ad avviare un percorso di consumo critico nel settore dell’abbigliamento?

“Non è affatto facile, perché il sistema è talmente omologato da coinvolgere tutti i soggetti attivi nel settore. Con la Guida al vestire critico – continua Francesco Gesualdi – abbiamo cercato di fornire strumenti ai consumatori affinché possano selezionare le aziende migliori o, almeno, le meno dannose, in modo da fare pressione su tutto il sistema.

Cerchiamo di dare indicazioni che le persone possono seguire anche in base alla propria sensibilità e alla propria capacità critica. Il primo consiglio è vivere più sobriamente. Comprare per necessità e non per moda e curare i propri indumenti per farli durare il più a lungo possibile. E poi rivolgersi all’usato. E, ancora, tenere presente che i danni sociali ed economici conseguenti ad un consumo massiccio riguardano anche l’eccessiva produzione di rifiuti in buone condizioni che spesso e volentieri finiscono, nel sud del mondo, ad alimentare mercati poco limpidi (sul mercato globale di abiti usati vedi anche il dossier Fuori dall'armadio).”

Se poi, proprio non si può fare a meno di acquistare, la Guida spiega come individuare quei marchi che tentano di ridurre l’impatto delle loro azioni. Insomma, un occhio al Made in – dopo la lettura della Guida – potrebbe già rivelare molto delle condizioni di lavoro in cui il nostro futuri abito è stato prodotto. La scelta dovrebbe poi tenere presente anche il comportamento delle aziende dal punto di vista finanziario e della trasparenza. La presenza di sedi, dislocazioni o agenzie nei paradisi fiscali implica, ad esempio, la preminenza dei profitti economici in territori e con governi che agevolano le grandi imprese a discapito degli investimenti sociali ed ambientali. La Guida propone anche un’analisi dei Codici di condotta che le aziende si danno, per cercare di capire dove questi strumenti siano davvero finalizzati al rispetto dei lavoratori e dove, invece, servano solo a ripulire la propria immagine.

Chi volesse poi andare oltre e cercare un’alternativa reale si può rivolgere al commercio equo, che già da qualche tempo ha cominciato a sviluppare il settore dell’abbigliamento, o ad aziende profit che si sono distinte per scelte particolarmente attente alle questioni sociali ed ambientali o, ancora, a recenti esperienze del no-profit che cercano di proporre nuove vie per un sistema produttivo più equo.

Regole responsabili

Il sistema della sartoria mondiale, spiega Gesualdi, ha le maglie molto strette: le imprese produttrici da un lato investono la maggior parte delle loro risorse per condizionare i desideri del pubblico, facendo apparire indispensabile ciò che nella maggior parte dei casi è a mala pena utile; dall’altro affrontano i problemi della competitività con i paesi emergenti abbattendo i costi di produzione e facendo finta che i problemi che ne derivano non siano affar loro, ma dei governi che li ospitano.

Un atteggiamento oltretutto poco lungimirante dal punto di vista economico: ogni giorno nasce in Asia una nuova impresa che è in grado di abbassare ancora di più il costo del lavoro e di conseguenza i prezzi.

Non sarebbe stato più intelligente allora, come proponeva il Prof. Luciano Gallino, cominciare con l’esportare diritti e diffondere la cultura del rispetto per poi confrontarsi sul piano della qualità?

“Il problema – continua Gesualdi – è che le imprese guardano solo ed esclusivamente al loro orticello e ai frutti che produce, senza riuscire a sviluppare una visione di lungo termine. Per questo si lavano le mani di quello che accade negli stabilimenti che producono per loro. Per questo sta a noi consumatori pretendere regole certe, trasparenza nei controlli e nelle transazioni e leggi internazionali a tutela di tutti i lavoratori.”

Altre fonti:

www.evb.ch/fr/p25011006.html
www.abitipuliti.org



Fuori dall'armadio
Viviamo nel paese della moda, non seguirne ritmi e dettami è quasi peccato mortale. Ma dove finiscono le stagioni passate, le mode smesse e i look in disuso?

In un percorso avventuroso i nostri indumenti si riciclano, si trasformano e rivendono in nuove vite e nuovi mercati. Ma non sempre il loro arrivo aiuta queste vite e questi mercati.

La povertà per tante persone anziane è un argomento importante, da raccontare attraverso mille dettagli, da far capire ai più giovani, quasi a metterli in guardia “che non si sa mai”. Tra questi dettagli uno torna spesso: la doppia o tripla vita dei vestiti nei periodi di guerra e miseria. Lisi dopo anni passati tutti i giorni addosso alla stessa persona, non venivano buttati ma rammendati e capovolti, messi al contrario insomma, per avere nuova vita fino a quando la stoffa non sarebbe diventata liscia liscia e un po’ trasparente. A quel punto magari li aspettava un'altra vita ancora: vita da stracci o imbottiture.

Oggi quando si dice che ‘consumiamo’ qualcosa, magari un vestito, non si intende certo – come vorrebbe il Devoto Oli – che lo “sciupiamo progressivamente con l’uso”, più semplicemente che lo utilizziamo per un po’, fino a che l’immagine che ci rimanda comincia a stridere con quella proposta da riviste e tv. Allora abiti ancora nuovi vengono smessi, buttati, scartati. Ma sono abiti giovani, si rifiutano di andare a morire in una discarica, vogliono anche loro un’altra vita, e allora, come baby pensionati, viaggiano. Di città in città, di paese in continente ...

Abbiamo provato a seguire questo viaggio e ci siamo accorti delle molte vite degli indumenti smessi, del loro valore mutevole, del danno e del profitto che possono arrecare a quelli che li incontrano in un percorso niente affatto lineare, a volte tortuoso e spesso soggetto ad interpretazioni antitetiche.

Il nostro viaggio comincia ovviamente davanti all’armadio straripante che improvvisamente, al cambio di stagione, come un grillo parlante, ci invita a diventare più buoni e a donare i nostri abiti in eccesso a chi può averne bisogno. Inizia così il viaggio dell’usato, a partire dalla scelta dell’associazione o dell’ente di beneficenza a cui consegnare il nostro dono.

Le strade che si parano di fronte ai nostri indumenti sono diverse: ci sono i cassonetti per la raccolta, le raccolte a domicilio o a volte le parrocchie; ma è proprio a questo punto del viaggio che si trova il primo dubbio, quello che fa cambiare idea a tanta gente: ma siamo sicuri che il vestito sarà donato proprio a chi ne ha bisogno?

La risposta è un duplice no.

Nel senso che no, non ne siamo sicuri. E nel senso che no, nel 90 % dei casi ciò che noi doniamo non sarà regalato a sua volta ma aiuterà un ricco e fecondo mercato internazionale.

Ma procediamo con ordine. A scoprire la prima carta è stata qualche anno fa la rivista Terre di Mezzo che in un’inchiesta giornalistica (“Quando la carità è ridotta a uno straccio”) – ripresa a inizio dicembre 2003 dal programma Tv ‘Mi manda Rai Tre’ – dimostrava che dietro a molte raccolte di abiti usati fatte a nome di oscuri enti di beneficenza si nascondevano in realtà aziende che raccoglievano i vestiti per poi rivenderli.

L’idea in realtà è banale: la beneficenza paga, tanto vale usarla come strumento di marketing. Come? Per esemipio, nascondendo un Consorzio di Raccolta Indumenti dietro ad una ingannevole sigla ‘C.R.I’, o una inesistente Organizzazione Nazionale Umanitaria dietro un’altisonante O.N.U: A nascondersi dietro una presunta associazione di beneficenza, erano varie aziende che usavano lo stratagemma per raccogliere più abiti e fare più soldi. Insomma, una truffa (Art. 640 del Codice Penale).

Ma che fine fanno poi questi vestiti?

Vanno a finire quasi tutti come quelli raccolti da oneste associazioni di beneficenza e da oneste aziende di raccolta abiti. Anche le più grandi e note Ong infatti, sia che raccolgano abiti con l’aiuto di volontari, sia che decidano di affidarsi a terzi, difficilmente utilizzano gli abiti donandoli ai poveri dei paesi in via di sviluppo o a quelli delle nostre città. Più frequentemente rivendono quanto raccolto e con il ricavato finanziano i loro progetti di beneficenza.

Esiste un mercato dell’abito usato costituito da pezzamifici che raccolgono o comprano abiti usati e si occupano della cernita e da poche aziende specializzate, concentrare storicamente nella provincia di Prato, che riutilizzano la lana per produrre nuovi tessuti.

Come ci racconta il sig. Musolesi che ha un pezzamificio vicino Prato da più di trent’anni, il loro lavoro dopo la raccolta prevede una prima selezione degli indumenti per tipologia e una seconda per qualità. Gli abiti così separati vengono destinati a diversi impieghi e mercati. In genere circa il 50% degli indumenti è ancora utilizzabile, mentre un 15-20%, in genere cotone, viene riutilizzato come straccio da autofficine e industrie meccaniche,un altro 15-20% viene trasformato in lana rigenerata, il 5-10% viene riciclato per produrre cartone e pannelli isolanti, mentre il restante 5% è inutilizzabile e finisce in discarica.

I nostri vestiti a questo punto prendono strade diverse, e come abbiamo visto meno della metà viene in qualche modo riciclata e trasformata, mentre il nostro usato usabile, una volta selezionato, torna su un nuovi mercati con un nuovi prezzi. In uscita dal pezzamificio infatti gli indumenti donati hanno un costo che va dai 10 cent. ai 2,5 euro al chilo in base alla qualità del prodotto.

Su questo mercato però si è abbattuta la bufera. Le accuse non si sono limitate a quelle aziende che in maniera truffaldina utilizzano messaggi ambigui per catturare la generosa coscienza dei più, ma su tutto il mercato dei pezzamifici è calato lo sguardo severo di chi si chiede se sia giusto guadagnare su ciò che altri hanno donato.

Don Nicolini, direttore della Caritas Diocesana di Bologna, ci racconta come si sia creato negli anni scorsi un clima di sospetto verso il proliferare dei raccoglitori di stracci e come ci sia stata una vera e propria guerra tra chi utilizzava questo strumento per trarne profitto e chi per finanziare opere di bene. Una guerra che ha portato molti enti benefici, tra cui la stessa Caritas, a contare sempre meno sugli introiti delle raccolte. “D’altra parte – continua Don Nicolini – ho apprezzato le soluzioni salomoniche assunte dal Comune di Bologna che ha concesso anche a ditte private il diritto a raccogliere abiti”. E tutto sommato a pensarci bene ci chiediamo se sia giusto mettere sotto accusa un mercato che ha una lunga tradizione e che impiega molta gente nelle attività di raccolta e di cernita degli indumenti, solo perché qualche suo esponente ha deciso di utilizzare messaggi mediatici ambigui.

Ma torniamo a seguire il nostro usato in buono stato che si avvia ad un altro viaggio e ad un’altra vita. Gli acquirenti che a questo punto della catena si riforniscono dai pezzamifici sono singoli ambulanti che rivenderanno l’usato nei mercati delle nostre città o grossisti stranieri, per lo più africani o dell’est Europa, che importeranno il nostro usato per rivenderlo ad ambulanti locali.

Così le nostre scarpe, maglie, pantaloni finiranno sui banchi dei mercatini della Tunisia, del Ghana, del Kenya, del Mozambico a fare l’occhiolino a chi, sotto l’effetto stupefacente della globalizzazione, vede in quegli indumenti uno strumento di identificazione col ricco Occidente.

A sollevare perplessità enormi su questo mercato è stata qualche anno fa la Federazione internazionale dei sindacati tessili (www.itglwf.org). Secondo il segretario generale dell’Itglwf, Neil Kearny(www.itglwf.org/focus.asp?Issue=SHC&Language=EN) il commercio internazionale degli abiti usati sta infatti impoverendo i paesi del Sud del mondo con l’immissione sul mercato di merci “ottenute praticamente gratis e trasformate in denaro” grazie al loro potere concorrenziale rispetto agli indumenti di produzione locale: quale ragazzo vorrebbe dei sandali in cuoio quando può avere un bel paio di Nike usate?

Il danno prodotto da questo tipo di mercato è secondo l’Itglwf estremamente significativo: si parla di 20.000 posti di lavoro persi nello Zambia, 20.000 in Sud Africa, 5.000 in Uganda e 7.000 in Senegal. Insomma, una concorrenza sleale fondata su merci gratuite che va a discapito delle locali industrie tessili.

Sono accuse che fanno riflettere, tanto più se scopriamo che a rivendere alla gente dei paesi in via di sviluppo i nostri abiti usati non sono solo aziende e grossisti, ma le stesse Ong, che quando non vendono in Italia il raccolto lo esportano direttamente in Africa.

“Questo avviene – ci spiega ancora Don Nicolini – non solo per gli abiti, ma per quasi tutto quello che viene introdotto nei paesi in via di sviluppo da molte Ong. Al di là dello sgomento iniziale si deve pensare che spesso l’obiettivo è quello di far uscire queste persone dalla mendicità e indirizzarle verso forme di sostentamento autonomo. C’è dunque una valenza educativa in questo modo di agire che al tempo stesso permette agli enti di beneficenza di autofinanziarsi e portare avanti il proprio lavoro a sostegno di questi popoli.” Davvero difficile dire quale sia l’approccio corretto. Il dubbio è che si finisca per esportare semplicemente una più complessa forma di mendicità a discapito di uno sviluppo reale.

Ma a pensarci bene il danno, se c’è, non è imputabile solo ai grossisti africani o alle Ong internazionali, né ai mercanti e raccoglitori che trasformano doni in profitto. Il danno forse sta più a monte. Torniamo dunque di fronte al nostro armadio straripante, mentre ci domandiamo se il problema non siamo proprio noi.

Continua Don Nicolini: “… quello che si percepisce davvero poco è la dimensione del dono… a volte ci vengono consegnati sacchi di vestiti in pessime condizioni, e finiamo per sentirci un po’ degli operatori ecologici.” Quello che cerchiamo quando portiamo i nostri sacchi di indumenti appena usati è proprio qualcuno che ci liberi dall’ingombro del vecchio per far posto al nuovo, in una sorta di circolo vizioso: più scartiamo, più compriamo, più scartiamo...

Quella che doniamo, e che altri con profitto esportano, è tutto sommato la nostra spazzatura. Ed è proprio la quantità immensa di questi nostri scarti a permettere il proliferare di un mercato con molti angoli bui… e magari ci sentiamo truffati quando qualcuno per ottenerne di più fa finta di avere intenti caritatevoli.

Le alternative, del resto, stanno cominciando a crearsi: nascono fiere del baratto e negozi che rigenerano abiti da bimbi, cooperative sociali che vendono usato e negozi in cui è possibile vendere direttamente il proprio usato; si ricercano nuove tecnologie per il riutilizzo dei tessuti... ma di questo ci occuperemo nel prossimo dossier dedicato alla vita dell’usato.


http://www.terre.it/ 

Tuttaunaltracosa

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Tuttaunaltracosa. E il commercio equo punta a Sud
Dopo l'edizione Milanese, Tuttaunaltracosa, la tredicesima edizione del la fiera del commercio equosolidale promossa da Assobotteghe, raddoppia con un appuntamento nel Salento dal 15 al 17 Giugno.
Tuttaunaltracosa, la XIII edizione della Fiera nazionale del commercio equo e solidale organizzata dall'Associazione Botteghe del Mondo (500 punti vendita equosolidali in tutto il Paese) che da tredici anni attraversa lo stivale per presentare, coinvolgere, suggerire e informare le persone sulla presenza e gli sviluppi dei progetti del Commercio Equo e Solidale si svolgerà dal 15 al 17 giugno presso la Fiera di Galatina e del Salento. Dopo l’appuntamento dopo l'edizione lombarda che si è tenuta a Milano (25-27 maggio), Tuttaunaltracosa quest'anno raddoppia, dunque, con una metà a sud. La scelta di organizzare Tuttaunaltracosa 2007 in Salento - spiega Andrea Reina, presidente di Assobotteghe - rappresenta una nuova tappa fondamentale per la sensibilizzazione delle comunità cittadine, provinciali in particolare delle regioni meridionali. Essere ospitati a Lecce per questo grande appuntamento significa inserirsi in un contesto sensibile ai temi della solidarietà: il Salento, un lembo di terra da sempre avamposto per le migrazioni, crocevia di popoli e quindi modello di integrazione culturale".
A valorizzare ulteriormente la manifestazione il patrocinio della Presidenza del Consiglio dei Ministri ottenuto per la prima volta dalla manifestazione, che si aggiunge a quelli della Regione Puglia e della Provincia di Lecce.

Info: www.tuttaunaltracosa.it

giovedì 19 luglio 2012

Tuttaunaltracosa. E il commercio equo punta a Sud

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Tuttaunaltracosa. E il commercio equo punta a Sud

Dopo l'edizione Milanese, Tuttaunaltracosa, la tredicesima edizione del la fiera del commercio equosolidale promossa da Assobotteghe, raddoppia con un appuntamento nel Salento dal 15 al 17 Giugno.

Tuttaunaltracosa, la XIII edizione della Fiera nazionale del commercio equo e solidale organizzata dall'Associazione Botteghe del Mondo (500 punti vendita equosolidali in tutto il Paese) che da tredici anni attraversa lo stivale per presentare, coinvolgere, suggerire e informare le persone sulla presenza e gli sviluppi dei progetti del Commercio Equo e Solidale si svolgerà dal 15 al 17 giugno presso la Fiera di Galatina e del Salento. Dopo l’appuntamento dopo l'edizione lombarda che si è tenuta a Milano (25-27 maggio), Tuttaunaltracosa quest'anno raddoppia, dunque, con una metà a sud. La scelta di organizzare Tuttaunaltracosa 2007 in Salento - spiega Andrea Reina, presidente di Assobotteghe - rappresenta una nuova tappa fondamentale per la sensibilizzazione delle comunità cittadine, provinciali in particolare delle regioni meridionali. Essere ospitati a Lecce per questo grande appuntamento significa inserirsi in un contesto sensibile ai temi della solidarietà: il Salento, un lembo di terra da sempre avamposto per le migrazioni, crocevia di popoli e quindi modello di integrazione culturale".

A valorizzare ulteriormente la manifestazione il patrocinio della Presidenza del Consiglio dei Ministri ottenuto per la prima volta dalla manifestazione, che si aggiunge a quelli della Regione Puglia e della Provincia di Lecce.


Vestire pulito

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Vestire pulito

Seguire la moda ed essere complici di violazioni di ogni genere: due facce di un'unica medaglia. La risposta una scelta di sobrietà. Ne parliamo con Francesco Gesualdi.
Bangladesh 2005: 64 morti alla Spectrum-Sharhiyar. 2006: 63 morti, circa 100 feriti alla KTS, Textile Industries a Chittagong; 22 morti, 50 feriti alla Phoenix Building a Dakha; 57 feriti dell’Imam Group a Chittagong; 3 morti, circa 50 feriti alla Sayem Fashions a Gazipur (da Clean Clothes Campaign).

Non basta. 4 e 16 gennaio 2006, a Dupnistza, Romania: due sorelle muoiono a distanza di pochi giorni di quella che viene definita ‘morte da lavoro’. Entrambe lavoravano per una fabbrica di scarpe italiana.

Questo è l’elenco, il più drammatico, degli effetti di un sistema produttivo da tempo sotto accusa perché in nome della competitività schiaccia nei suoi marchingegni, uomini, ambiente ed intere economie. È il sistema della produzione tessile mondiale che nell’era della globalizzazione ha mantenuto testa e tasche ad Ovest per delocalizzare produzione e affari là dove i costi sono più bassi, i diritti dei lavoratori meno ostacolanti e le norme più elastiche

Le trame del mercato

Siamo di fronte a un sistema diversificato nelle relazioni e nelle strutture economiche ma uguale per le conseguenze sociali e ambientali. Così, se per un consumatore è quasi impossibile sapere da dove proviene la propria biancheria è molto facile immaginare che chi ne ha coltivato le fibre, ha tessuto i filati o cucito i risvolti ha visto violati i propri diritti e ha subito gli effetti di condizioni di lavoro insalubri per se stesso e l’ambiente circostanze.

Di fatti, come ci spiega Francesco Gesualdi - curatore, insieme al Centro Nuovo Modello di Sviluppo, della Guida al Vestire Critico – “che le imprese si affidino interamente a terzisti sparsi in Asia, Africa o Europa dell’Est, o che mantengano in casa propria parte della produzione i risultati cambiano poco”: orari di lavoro fino a 16 ore al giorno, ambienti insalubri e non areati, fabbriche gestite come caserme, straordinari non pagati, negazione delle giornate di riposo, stipendi da fame, strutture prive dei minimi sistemi di sicurezza e coinvolgimento del lavoro minorile sono la norma che si declina per livello di orrore a seconda del paese e della grandezza dell’impresa, ma soprattutto a seconda della lunghezza della catena che dal produttore porta al consumatore. Come si legge nella Guida al vestire critico, infatti, “più si allunga la catena di subfornitura, tanto meno incassano i fornitori di fondo”, tanto più saranno gravi le condizioni di lavoro degli operai.

Se a monte resta il possessore del marchio che decide non solo, cosa e come vendere, ma anche costi e tempi di produzione, a valle c’è una catena più o meno lunga di intermediari, terzisti, piccoli imprenditori o colossi orientali della produzione tessile.

I pionieri dell’appalto

C’è così il caso Benetton, che mantiene il controllo delle fasi a monte e a valle della catena gestendo la produzione di filati, tessuti, tintoria, stamperia (così come gli allevamenti di 300.000 pecore in Patagonia e, “si vocifera”, piantagioni di cotone in Turchia), e delle vendite – con 5000 negozi a marchio sparsi in 120 paesi – mentre affida l’assemblaggio “alle centinaia di aziende terziste dislocate in Polonia, Romania, Croazia e Slovenia”. Ma ci sono anche casi più estremi di dissociazione in cui le aziende mantengono solo il marchio e affidano tutta la produzione – dalla ricerca dei filati, al taglio, all’assemblaggio – a imprese asiatiche, attraverso l’intermediazioni di capaci procacciatori d’affari. È il caso di Robe di Kappa (ma si potrebbero citare dozzine di multinazionali europee o nordamericane, da Nike in giù) che in Italia, tramite BasicNet decide gli stili e disegna i modelli, per poi farli realizzare in Asia con la collaborazione di Li & Fung, “la più potente impresa di intermediazione dell’Estremo Oriente” capace di smistare la produzione tra Cina, Vietnam, Cambogia o altri paesi del Sud-est asiatico.

Della delocalizzazione hanno approfittato anche le grandi catene di distribuzione che, nate per vendere al dettaglio i sottomarchi dei grandi produttori, hanno cominciato a rivolgersi direttamente a imprese o agenti asiatici per l’acquisto di prodotti sui quali appongono ora il proprio marchio. La pratica è “ampiamente utilizzata dai supermercati di tutto il mondo (vedi Wal-Mart, Gap, Tesco, ndr) e ciò spiega perché i principali committenti dei terzisti sparsi per il mondo siano gli operatori della grande distribuzione”.

Consumo critico: sobrietà e informazione

Come si fa allora a non essere complici di tante violazioni e ad avviare un percorso di consumo critico nel settore dell’abbigliamento?

“Non è affatto facile, perché il sistema è talmente omologato da coinvolgere tutti i soggetti attivi nel settore. Con la Guida al vestire critico – continua Francesco Gesualdi – abbiamo cercato di fornire strumenti ai consumatori affinché possano selezionare le aziende migliori o, almeno, le meno dannose, in modo da fare pressione su tutto il sistema.

Cerchiamo di dare indicazioni che le persone possono seguire anche in base alla propria sensibilità e alla propria capacità critica. Il primo consiglio è vivere più sobriamente. Comprare per necessità e non per moda e curare i propri indumenti per farli durare il più a lungo possibile. E poi rivolgersi all’usato. E, ancora, tenere presente che i danni sociali ed economici conseguenti ad un consumo massiccio riguardano anche l’eccessiva produzione di rifiuti in buone condizioni che spesso e volentieri finiscono, nel sud del mondo, ad alimentare mercati poco limpidi (sul mercato globale di abiti usati vedi anche il dossier Fuori dall'armadio).”

Se poi, proprio non si può fare a meno di acquistare, la Guida spiega come individuare quei marchi che tentano di ridurre l’impatto delle loro azioni. Insomma, un occhio al Made in – dopo la lettura della Guida – potrebbe già rivelare molto delle condizioni di lavoro in cui il nostro futuri abito è stato prodotto. La scelta dovrebbe poi tenere presente anche il comportamento delle aziende dal punto di vista finanziario e della trasparenza. La presenza di sedi, dislocazioni o agenzie nei paradisi fiscali implica, ad esempio, la preminenza dei profitti economici in territori e con governi che agevolano le grandi imprese a discapito degli investimenti sociali ed ambientali. La Guida propone anche un’analisi dei Codici di condotta che le aziende si danno, per cercare di capire dove questi strumenti siano davvero finalizzati al rispetto dei lavoratori e dove, invece, servano solo a ripulire la propria immagine.

Chi volesse poi andare oltre e cercare un’alternativa reale si può rivolgere al commercio equo, che già da qualche tempo ha cominciato a sviluppare il settore dell’abbigliamento, o ad aziende profit che si sono distinte per scelte particolarmente attente alle questioni sociali ed ambientali o, ancora, a recenti esperienze del no-profit che cercano di proporre nuove vie per un sistema produttivo più equo.

Regole responsabili

Il sistema della sartoria mondiale, spiega Gesualdi, ha le maglie molto strette: le imprese produttrici da un lato investono la maggior parte delle loro risorse per condizionare i desideri del pubblico, facendo apparire indispensabile ciò che nella maggior parte dei casi è a mala pena utile; dall’altro affrontano i problemi della competitività con i paesi emergenti abbattendo i costi di produzione e facendo finta che i problemi che ne derivano non siano affar loro, ma dei governi che li ospitano.

Un atteggiamento oltretutto poco lungimirante dal punto di vista economico: ogni giorno nasce in Asia una nuova impresa che è in grado di abbassare ancora di più il costo del lavoro e di conseguenza i prezzi.

Non sarebbe stato più intelligente allora, come proponeva il Prof. Luciano Gallino, cominciare con l’esportare diritti e diffondere la cultura del rispetto per poi confrontarsi sul piano della qualità?

“Il problema – continua Gesualdi – è che le imprese guardano solo ed esclusivamente al loro orticello e ai frutti che produce, senza riuscire a sviluppare una visione di lungo termine. Per questo si lavano le mani di quello che accade negli stabilimenti che producono per loro. Per questo sta a noi consumatori pretendere regole certe, trasparenza nei controlli e nelle transazioni e leggi internazionali a tutela di tutti i lavoratori.”

Altre fonti:

www.evb.ch/fr/p25011006.html
www.abitipuliti.org



Fuori dall'armadio
Viviamo nel paese della moda, non seguirne ritmi e dettami è quasi peccato mortale. Ma dove finiscono le stagioni passate, le mode smesse e i look in disuso?

In un percorso avventuroso i nostri indumenti si riciclano, si trasformano e rivendono in nuove vite e nuovi mercati. Ma non sempre il loro arrivo aiuta queste vite e questi mercati.

La povertà per tante persone anziane è un argomento importante, da raccontare attraverso mille dettagli, da far capire ai più giovani, quasi a metterli in guardia “che non si sa mai”. Tra questi dettagli uno torna spesso: la doppia o tripla vita dei vestiti nei periodi di guerra e miseria. Lisi dopo anni passati tutti i giorni addosso alla stessa persona, non venivano buttati ma rammendati e capovolti, messi al contrario insomma, per avere nuova vita fino a quando la stoffa non sarebbe diventata liscia liscia e un po’ trasparente. A quel punto magari li aspettava un'altra vita ancora: vita da stracci o imbottiture.

Oggi quando si dice che ‘consumiamo’ qualcosa, magari un vestito, non si intende certo – come vorrebbe il Devoto Oli – che lo “sciupiamo progressivamente con l’uso”, più semplicemente che lo utilizziamo per un po’, fino a che l’immagine che ci rimanda comincia a stridere con quella proposta da riviste e tv. Allora abiti ancora nuovi vengono smessi, buttati, scartati. Ma sono abiti giovani, si rifiutano di andare a morire in una discarica, vogliono anche loro un’altra vita, e allora, come baby pensionati, viaggiano. Di città in città, di paese in continente ...

Abbiamo provato a seguire questo viaggio e ci siamo accorti delle molte vite degli indumenti smessi, del loro valore mutevole, del danno e del profitto che possono arrecare a quelli che li incontrano in un percorso niente affatto lineare, a volte tortuoso e spesso soggetto ad interpretazioni antitetiche.

Il nostro viaggio comincia ovviamente davanti all’armadio straripante che improvvisamente, al cambio di stagione, come un grillo parlante, ci invita a diventare più buoni e a donare i nostri abiti in eccesso a chi può averne bisogno. Inizia così il viaggio dell’usato, a partire dalla scelta dell’associazione o dell’ente di beneficenza a cui consegnare il nostro dono.

Le strade che si parano di fronte ai nostri indumenti sono diverse: ci sono i cassonetti per la raccolta, le raccolte a domicilio o a volte le parrocchie; ma è proprio a questo punto del viaggio che si trova il primo dubbio, quello che fa cambiare idea a tanta gente: ma siamo sicuri che il vestito sarà donato proprio a chi ne ha bisogno?

La risposta è un duplice no.

Nel senso che no, non ne siamo sicuri. E nel senso che no, nel 90 % dei casi ciò che noi doniamo non sarà regalato a sua volta ma aiuterà un ricco e fecondo mercato internazionale.

Ma procediamo con ordine. A scoprire la prima carta è stata qualche anno fa la rivista Terre di Mezzo che in un’inchiesta giornalistica (“Quando la carità è ridotta a uno straccio”) – ripresa a inizio dicembre 2003 dal programma Tv ‘Mi manda Rai Tre’ – dimostrava che dietro a molte raccolte di abiti usati fatte a nome di oscuri enti di beneficenza si nascondevano in realtà aziende che raccoglievano i vestiti per poi rivenderli.

L’idea in realtà è banale: la beneficenza paga, tanto vale usarla come strumento di marketing. Come? Per esemipio, nascondendo un Consorzio di Raccolta Indumenti dietro ad una ingannevole sigla ‘C.R.I’, o una inesistente Organizzazione Nazionale Umanitaria dietro un’altisonante O.N.U: A nascondersi dietro una presunta associazione di beneficenza, erano varie aziende che usavano lo stratagemma per raccogliere più abiti e fare più soldi. Insomma, una truffa (Art. 640 del Codice Penale).

Ma che fine fanno poi questi vestiti?

Vanno a finire quasi tutti come quelli raccolti da oneste associazioni di beneficenza e da oneste aziende di raccolta abiti. Anche le più grandi e note Ong infatti, sia che raccolgano abiti con l’aiuto di volontari, sia che decidano di affidarsi a terzi, difficilmente utilizzano gli abiti donandoli ai poveri dei paesi in via di sviluppo o a quelli delle nostre città. Più frequentemente rivendono quanto raccolto e con il ricavato finanziano i loro progetti di beneficenza.

Esiste un mercato dell’abito usato costituito da pezzamifici che raccolgono o comprano abiti usati e si occupano della cernita e da poche aziende specializzate, concentrare storicamente nella provincia di Prato, che riutilizzano la lana per produrre nuovi tessuti.

Come ci racconta il sig. Musolesi che ha un pezzamificio vicino Prato da più di trent’anni, il loro lavoro dopo la raccolta prevede una prima selezione degli indumenti per tipologia e una seconda per qualità. Gli abiti così separati vengono destinati a diversi impieghi e mercati. In genere circa il 50% degli indumenti è ancora utilizzabile, mentre un 15-20%, in genere cotone, viene riutilizzato come straccio da autofficine e industrie meccaniche,un altro 15-20% viene trasformato in lana rigenerata, il 5-10% viene riciclato per produrre cartone e pannelli isolanti, mentre il restante 5% è inutilizzabile e finisce in discarica.

I nostri vestiti a questo punto prendono strade diverse, e come abbiamo visto meno della metà viene in qualche modo riciclata e trasformata, mentre il nostro usato usabile, una volta selezionato, torna su un nuovi mercati con un nuovi prezzi. In uscita dal pezzamificio infatti gli indumenti donati hanno un costo che va dai 10 cent. ai 2,5 euro al chilo in base alla qualità del prodotto.

Su questo mercato però si è abbattuta la bufera. Le accuse non si sono limitate a quelle aziende che in maniera truffaldina utilizzano messaggi ambigui per catturare la generosa coscienza dei più, ma su tutto il mercato dei pezzamifici è calato lo sguardo severo di chi si chiede se sia giusto guadagnare su ciò che altri hanno donato.

Don Nicolini, direttore della Caritas Diocesana di Bologna, ci racconta come si sia creato negli anni scorsi un clima di sospetto verso il proliferare dei raccoglitori di stracci e come ci sia stata una vera e propria guerra tra chi utilizzava questo strumento per trarne profitto e chi per finanziare opere di bene. Una guerra che ha portato molti enti benefici, tra cui la stessa Caritas, a contare sempre meno sugli introiti delle raccolte. “D’altra parte – continua Don Nicolini – ho apprezzato le soluzioni salomoniche assunte dal Comune di Bologna che ha concesso anche a ditte private il diritto a raccogliere abiti”. E tutto sommato a pensarci bene ci chiediamo se sia giusto mettere sotto accusa un mercato che ha una lunga tradizione e che impiega molta gente nelle attività di raccolta e di cernita degli indumenti, solo perché qualche suo esponente ha deciso di utilizzare messaggi mediatici ambigui.

Ma torniamo a seguire il nostro usato in buono stato che si avvia ad un altro viaggio e ad un’altra vita. Gli acquirenti che a questo punto della catena si riforniscono dai pezzamifici sono singoli ambulanti che rivenderanno l’usato nei mercati delle nostre città o grossisti stranieri, per lo più africani o dell’est Europa, che importeranno il nostro usato per rivenderlo ad ambulanti locali.

Così le nostre scarpe, maglie, pantaloni finiranno sui banchi dei mercatini della Tunisia, del Ghana, del Kenya, del Mozambico a fare l’occhiolino a chi, sotto l’effetto stupefacente della globalizzazione, vede in quegli indumenti uno strumento di identificazione col ricco Occidente.

A sollevare perplessità enormi su questo mercato è stata qualche anno fa la Federazione internazionale dei sindacati tessili (www.itglwf.org). Secondo il segretario generale dell’Itglwf, Neil Kearny(www.itglwf.org/focus.asp?Issue=SHC&Language=EN) il commercio internazionale degli abiti usati sta infatti impoverendo i paesi del Sud del mondo con l’immissione sul mercato di merci “ottenute praticamente gratis e trasformate in denaro” grazie al loro potere concorrenziale rispetto agli indumenti di produzione locale: quale ragazzo vorrebbe dei sandali in cuoio quando può avere un bel paio di Nike usate?

Il danno prodotto da questo tipo di mercato è secondo l’Itglwf estremamente significativo: si parla di 20.000 posti di lavoro persi nello Zambia, 20.000 in Sud Africa, 5.000 in Uganda e 7.000 in Senegal. Insomma, una concorrenza sleale fondata su merci gratuite che va a discapito delle locali industrie tessili.

Sono accuse che fanno riflettere, tanto più se scopriamo che a rivendere alla gente dei paesi in via di sviluppo i nostri abiti usati non sono solo aziende e grossisti, ma le stesse Ong, che quando non vendono in Italia il raccolto lo esportano direttamente in Africa.

“Questo avviene – ci spiega ancora Don Nicolini – non solo per gli abiti, ma per quasi tutto quello che viene introdotto nei paesi in via di sviluppo da molte Ong. Al di là dello sgomento iniziale si deve pensare che spesso l’obiettivo è quello di far uscire queste persone dalla mendicità e indirizzarle verso forme di sostentamento autonomo. C’è dunque una valenza educativa in questo modo di agire che al tempo stesso permette agli enti di beneficenza di autofinanziarsi e portare avanti il proprio lavoro a sostegno di questi popoli.” Davvero difficile dire quale sia l’approccio corretto. Il dubbio è che si finisca per esportare semplicemente una più complessa forma di mendicità a discapito di uno sviluppo reale.

Ma a pensarci bene il danno, se c’è, non è imputabile solo ai grossisti africani o alle Ong internazionali, né ai mercanti e raccoglitori che trasformano doni in profitto. Il danno forse sta più a monte. Torniamo dunque di fronte al nostro armadio straripante, mentre ci domandiamo se il problema non siamo proprio noi.

Continua Don Nicolini: “… quello che si percepisce davvero poco è la dimensione del dono… a volte ci vengono consegnati sacchi di vestiti in pessime condizioni, e finiamo per sentirci un po’ degli operatori ecologici.” Quello che cerchiamo quando portiamo i nostri sacchi di indumenti appena usati è proprio qualcuno che ci liberi dall’ingombro del vecchio per far posto al nuovo, in una sorta di circolo vizioso: più scartiamo, più compriamo, più scartiamo...

Quella che doniamo, e che altri con profitto esportano, è tutto sommato la nostra spazzatura. Ed è proprio la quantità immensa di questi nostri scarti a permettere il proliferare di un mercato con molti angoli bui… e magari ci sentiamo truffati quando qualcuno per ottenerne di più fa finta di avere intenti caritatevoli.

Le alternative, del resto, stanno cominciando a crearsi: nascono fiere del baratto e negozi che rigenerano abiti da bimbi, cooperative sociali che vendono usato e negozi in cui è possibile vendere direttamente il proprio usato; si ricercano nuove tecnologie per il riutilizzo dei tessuti... ma di questo ci occuperemo nel prossimo dossier dedicato alla vita dell’usato.


http://www.terre.it/
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Il cuore dei giocattoli
Anche i giocattoli hanno un cuore. Basta saperlo cercare e lasciar perdere le mode o le star della pubblicità. Sono i giocattoli di legno, di seconda mano così come quelli equi e solidali che alimentano la catena della solidarietà e dei diritti di chi li produce.
I giochi dei bambini non sono giochi, e bisogna considerarli come le loro azioni più serie” sosteneva il filosofo francese Montaigne. Il gioco è una palestra dove ci si misura e si impara a diventare grandi. Di giocattoli se ne trovano per tutti i gusti e per tutti i desideri. Spesso nell’acquisto veniamo guidati dalla pubblicità che omologa gusti e sogni, invece dovremmo cercare i giocattoli che hanno un cuore. Comprando giocattoli facciamo girare l’economia, cerchiamo almeno di far girare quella giusta ponendoci qualche domanda.
Scegliere il giocattolo giusto è per gli adulti un preciso dovere oltre che un piacere per fare felice un bambino. E poiché i giocattoli hanno una funzione educativa, prima di acquistare un giocattolo dovremmo chiederci: come è stato prodotto? Con quali materiali? Sono stati rispettati i diritti dei lavoratori che lo hanno assemblato? E ancora, da quali mani è stato prodotto?Rispondere a queste domande non è una impresa facile, perché bisogna cercare delle alternative alle star dei giocattoli, come i mostri e le fatine dei cartoni animati.
Da qualche parte si deve pur cominciare e quando maneggiamo un giocattolo dovremmo conoscerne la storia, le condizioni di lavoro di chi lo ha prodotto, ma dovremmo anche chiederci se tra le mani dei nostri bambini finiscono “aberrazioni energetiche”, cioè prodotti che hanno richiesto troppa energia in rapporto alla loro stessa vita. Poi ci sono i materiali: i giocattoli di plastica per esempio sono fabbricati utilizzando petrolio, risorsa non rinnovabile, si degradano in fretta e in caso di rottura non sono riparabili contrariamente a quelli in legno. Una alternativa al legno può essere il mais, cioè giocattoli completamente biodegradabili costruiti con materiali derivanti dal granoturco miscelato a tinte naturali. Il più diffuso è l’happymais, una sorta di lego naturale in grado di scatenare la fantasia dei bambini e di tranquillizzare le mamme spaventate dai giocattoli allergici o tossici. Questi giocattoli sono prodotti nel Bangladeh da un produttore del commercio equo e solidale e distribuiti da Ecotoys. Ma non è tutto, la vendita degli eco-giocattoli alimenta la catena di solidarietà perché ecotoys sostiene Soleterre un’associazione umanitaria che lavora per garantire i diritti inviolabili degli individui, erogando servizi sanitari ed educativi.
A questo punto una domanda sorge spontanea: i giocattoli equi e solidali, sono anche sicuri? Lo abbiamo chiesto all’ing. Natale Consonni, presidente dell’Istituto Italiano per la Sicurezza dei Giocattoli (IISG). “Tutti i giocattoli, per essere commercializzati nella Comunità Europea, devono soddisfare i requisiti normativi –Federconsumatori– e quindi non devono rappresentare alcun rischio, ossia elettrico, meccanico, chimico e di infiammabilità. La sicurezza dei prodotti è un dovere primario che aziende, produttori e importatori devono avere nei confronti dei consumatori. Se poi i consumatori sono i bambini, fornire garanzia di sicurezza significa rispondere ad un principio etico”. Chi verifica che i giocattoli siano conformi alla normativa? “Il produttore, e se non dispone di un laboratorio si rivolge agli istituti di certificazione”. In questo modo i prodotti, solidali e non, ottengono il bollino CE. “Ci sono poi i produttori coscienziosi e scrupolosi che non si accontentano della semplice CE e per questo richiedono una certificazione aggiuntiva.” precisa Consonni “sono produttori - ma anche importatori – che richiedono una analisi dei rischi. Un modo per garantire ulteriormente che quel prodotto nelle mani di un bambino non sarà pericoloso”. Chi si accolla queste spese? “L’imprenditore ovviamente. Ed è visto come un costo solo nel caso in cui si consideri un costo la sicurezza!” commenta il presidente di IISG. “Questi costi saranno ripagati dalla politica lungimirante e dalla fedeltà che i consumatori riporranno su quei prodotti sicuri, quelli con il marchio “giocattoli sicuri”. Un orsetto che abbraccia un salvagente è il logo per riconoscerlo lo si trova non solo sui giocattoli ma in tutto il mondo bambino: dai parchi gioco alla puericultura. “Il nostro marchio” conclude Natale Consonni “è nato nel 1978 cioè dieci anni prima della direttiva comunitaria per la necessità di qualificare lo sforzo di produttori scrupolosi. Una iniziativa lungimirante”.
Un decalogo per l’acquisto ideale non esiste, però l’IISG ne ha elaborato uno “Dalla parte di bambini” (scaricabile gratuitamente in rete - Giocattolisicuri). Poche pagine, tredici, dense di suggerimenti e consigli disinteressati per gli acquisti.


E comunque visto che i giocattoli hanno una funzione educativa, sarebbe buona regola riciclarli, cioè regalare giocattoli di seconda mano, farli passare di mano in mano. I migliori sono i regali duraturi quelli che permettono l’apprendimento del rispetto di sé, degli altri e dell’ambiente. Da preferire sempre un giocattolo alimentato ad energia solare rispetto a quello con le batterie, oppure un giocattolo solido ma che si può aggiustare, un kit per il bricolage, ma anche una lente di ingrandimento o tutto ciò che induce alla scoperta. Un tempo si regalavano elastici per costruire fionde: una forma di bricolage politicamente scorretta fortunatamente superata. Speriamo non superata dalle vernici tossiche e dallo sfruttamento del lavoro minorile.

domenica 17 aprile 2011

2011, si moltiplicano le emergenze

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2011, si moltiplicano le emergenze

Bahrein, Costa d'Avorio, Libia. Ad Haiti, resta lenta la ricostruzione
Nel nuovo scenario del 2011 si moltiplicano le crisi umanitarie. Nel Nord-Africa delle rivolte ci sono Tunisia e Libia ma anche Costa d'Avorio e Bahrein dove aumentano le violenze contro i civili. In Bahrein, ospedali e centri sanitari non sono più luoghi sicuri per i malati o i feriti. "Le ferite d'arma da fuoco vengono usate dalla polizia per identificare le persone da arrestare. La negazione delle cure viene usata dalle autorità per dissuadere le persone dal protestare", afferma Latifa Ayada di MsF. Anche i dimostranti devono assicurare di non manifestare presso gli ospedali.

La crisi in Costa d'Avorio
A pochi giorni dalla caduta dell'ex leader ivoriano Gbagbo,le squadre della Croce Rossa sono impegnate ad Abidjan per recuperare i corpi delle vittime degli scontri degli ultimi giorni. Valerie Amos dell'Onu afferma che ad Abidjan e in altre località del Paese scarseggiano cibo e energia elettrica mentre diversi ospedali e scuole sono chiusi. "Sono preoccupata del vuoto di sicurezza in molte zone del Paese", dice Le équipe di MsF da dicembre lavorano per fornire assistenza medica nelle strutture abbandonate dal personale sanitario locale. "L'Onu protegga i civili sfollati",chiede Amnesty International.

Libia, preoccupa la protezione dei civili
Resta preoccupante in Libia il fatto che molti feriti non riescano ad accedere a cure mediche salvavita se non mettendosi in serio pericolo. Le violenze hanno determinato un grande numero di feriti. L'ospedale di Misurata è stato bombardato mentre le altre cliniche stanno terminando le scorte di materiali medici.

Visto il proseguire del conflitto, MsF sta aumentando le proprie attività di assistenza per le persone vittime delle violenze, indipendentemente dalla loro appartenenza. Le Nazioni Unite hanno chiesto aiuti umanitari per 3,6 milioni di libici.

Haiti, A 15 mesi dal sisma
A 15 mesi dal sisma,la ricostruzione ad Haiti è lentissima e il colera continua a minacciare la popolazione. Il numero dei contagiati è diminuito ma con la stagione delle piogge l'epidemia potrebbe acuirsi, spiega Stefano Zannini, capomissione di Medici senza Frontiere. "Msf ha costruito tre strutture sanitarie in meno di un anno e ciò dimostra che è possibile ricostruire ad Haiti. Tuttavia, è mortificante constatare che le strutture ricostruite si contino sulle dita di una mano, comprese le tre di Medici senza Frontiere", denuncia Zannini.

"La situazione resta allarmante", spiega il capomissione di Msf ad Haiti, aggiungendo che il recente processo elettorale sta rallentando lavoro e decisioni delle istituzioni. Il raccolto del riso, che ad Haiti è uno dei prodotti alimentari più importanti, è in difficoltà. "La maggior parte del riso viene prodotta nel dipartimento di Artibonite, che è quello dove l'epidemia di colera ha avuto inizio nell'ottobre 2010. Molti agricoltori si rifiutano di andare in quelle zone a raccogliere il riso", afferma Zannini, preoccupato per una possibile crisi alimentare.
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Informare sul dramma dei civili

Kostas Moschochoritis, direttore di Medici senza Frontiere Italiac
Tg italiani e europei a confronto sulle emergenze. Cosa ne scaturisce? "Le tendenze sono le stesse. Sia i media italiani che quelli stranieri mostrano questo divario tra le crisi mediatizzate e le crisi meno esposte. E' il caso di Haiti e Pakistan". Lo afferma a Televideo Kostas Moschochoritis, direttore di Medici senza Frontiere Italia.

"Il sisma ha avuto subito un effetto mediatico anche se poi l'epidemia di colera non è stata seguita nello stesso modo. Le alluvioni in Pakistan, invece, definite uno tsunami peggiore di quello nel sud-est asiatico del 2004, hanno avuto poca attenzione dai media".

"C'è stata meno informazione sulle alluvioni in Pakistan forse perché pur avendo coinvolto 20 milioni di persone non hanno avuto l'impatto emotivo dei 200mila morti di Haiti. Inoltre i Paesi donatori hanno tentato di 'politicizzare' l'intervento nel Paese, teatro da anni di conflitti, spiegando che gli aiuti potevano evitare il rafforzarsi dei terroristi".

"Questo ha creato problemi per le agenzie umanitarie come la nostra che è indipendente. L'intervento umanitario non si può basare sulle conseguenze politiche ma deve essere basato sui bisogni e questo ha condannato il Pakistan".

"In Pakistan abbiamo visto non solo meno attenzione dei media ma ancora peggio pochissimi attori sul campo in aiuto alla popolazione. Quando si usa come scusa la sicurezza (che è anche vero), ma quando già etichetti l'intervento umanitario come un'azione contro il possibile terrorismo allora l'intervento diventa quasi impossibile. Se invece la tua agenda è imparziale, indipendente e neutrale la possibilità di lavorare in questi contesti aumenta".

Crisi ignorate, il problema è l'audience
Perché non si parla delle crisi dimenticate? 
"Non solo non si parla delle crisi dimenticate ma quando se ne parla lo si fa tenendo in considerazione le cose meno importanti. C'è ovviamente la percezione che non hanno audience", dice il direttore di MsF Italia. "Per Medici senza Frontiere non è questo il caso, i donatori sono estremamente interessati a questi contesti e ci supportano . Per i media c'è una percezione sbagliata, forse ci sono ragioni finanziarie, comunque c'è meno presenza giornalistica. Per esempio in Pakistan non c'è un corrispondente italiano".

"E' ovvio che c'è da considerare anche l'importanza della notizia. Ma prendia- mo ad esempio la Libia. La Libia è sui giornali, ma di due cose non si parla molto. La prima è che l'accesso dei feriti e della popolazione alle strutture sanitarie è molto difficile. Noi siamo presenti a Bengasi, a Misurata, e abbiamo rifornito per due volte l'ospedale e abbiamo evacuato i feriti. La situazione è drammatica a Misurata dove il 3 aprile è stato bombardato l'ospedale. La seconda è che nel Paese sono rimaste bloccate decine di persone provenienti dall'Africa sub-sahariana e che adesso sono terrorizzate perchè se escono diventano bersaglio di violenze".

"La cosa importante è parlare delle crisi umanitarie come quella della Costa d'Avorio. Noi non chiediamo corridoi umanitari, che non sono una soluzione pratica, il problema è che la popolazione abbia accesso alle strutture sanitarie. Ad Abidjan neanche le ambulanze potevano avvicinarsi all'ospedale. Adesso vediamo, le notizie sono nuove".

"In Bahrein è inaccettabile la repressione negli ospedali e questo è il problema di quando non si parla delle cose che sono importanti per la popolazione. A Manama, la gente ferita non va in ospedale perchè ha paura, la polizia arresta chiunque abbia una ferita d'arma da fuoco", afferma K. Moschochoritis. "L'appello di Medici senza Frontiere nei Paesi dove sono in atto le rivolte è garantire la neutralità degli spazi sanitari, garantire l'accesso della gente, dei malati e dei feriti alle strutture sanitarie senza mettere in pericolo la loro vita oppure senza la paura di essere arrestati. E di questo è importante parlare di più".

"In questo momento, le emergenze che ci preoccupano di più sono la situazione in Costa d'Avorio, i profughi dalla Libia e l'epidemia di morbillo e colera nella Repubblica Democratica del Congo"

Crisi dimenticate, l'oblio dei mediaIl rapporto di Medici senza frontiere

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Crisi dimenticate, l'oblio dei media

Il bisogno umanitario non fa notizia. Il rapporto di Medici senza frontierev
Non è l'entità della catastrofe a fare notizia, a suscitare interesse, ma altri fattori che poco hanno a che vedere con i bisogni umanitari delle popolazioni.

Lo dimostra il settimo rapporto di Medici senza Frontiere,a cura dell'Osservatorio di Pavia, che mette a confronto emergenze dimenticate e emergenze mediatizzate. E nell'analisi del confronto tra tg italiani e stranieri, condotta per la prima volta nel rapporto sulle crisi dimenticate, si rileva che il trend nei media è analogo con differenze minime.

Haiti e Pakistan nei telegiornaliNel 2010 il sisma che ha colpito Haiti e le alluvioni che hanno devastato il Pakistan sono state due emergenze umanitarie enormi che mostrano anche grandi differenze di copertura mediatica. Più copertura giornalistica per Haiti rispetto al Pakistan, maggiore enfasi drammatica nel racconto del sisma: questo in sintesi il risultato delle riflessioni degli esperti.

Il rapporto non dà risposta alla questione degli effetti, come quello della possibile correlazione tra copertura mediatica e mobilitazione degli aiuti. Mette in luce però tendenze ricorrenti nell'informazione sulle crisi.

Nel 2010 i tg italiani nelle edizioni serali hanno dato ampia visibilità al sisma di Haiti in 456 servizi. Alla catastrofe di gennaio è seguita a ottobre l'epidemia di colera che nonostante abbia causato 4.670 morti non ha goduto della stessa attenzione.

Solo 17 i servizi tra ottobre 2010 e febbraio 2011 sull'epidemia di colera e 867, nello stesso periodo, quelli sul delitto di Avetrana. Sono 347 i servizi sul caldo nell'estate 2010, solo 88 quelli sulle alluvioni in Pakistan. Le alluvioni in Pakistan difficilmente hanno aperto i notiziari a differenza del sisma di Haiti.

LE BARRIERE TRA POPOLI

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Un altro mattone nel muro Il mondo sempre più diviso

Muri divisori, muri di protezione, muri insuperabili, muri naturali, muri che hanno diversi significati. Un muro che per qualcuno può essere una protezione per altri è un ostacolo. Anche una montagna è un muro. Le abitazioni sono fatte di muri. Ma come sarebbe il mondo senza confini, senza limiti? La poesia musicale di Gino Paoli fa entrare metaforicamente “il cielo in una stanza, che non ha più pareti”, mentre i Pink Floyd nel loro concept album “The Wall” raccontano le difficoltà psicologiche di un ragazzo che a causa di una serie di traumi si costruisce un muro mentale dietro al quale si isola. Poi, c’è il muro del razzismo, il muro delle diversità sociali, il muro delle divisioni religiose, il muro dell’omertà. E ci sono i muri che separano nazioni intere. Quello più famoso era il Muro di Berlino, abbattuto nel 1989. Quello più antico è la Grande Muraglia cinese che risale al terzo secolo avanti Cristo, dichiarato dall’Unesco patrimonio dell’umanità come il vallo dell’imperatore romano Adriano, tra Inghilterra e Scozia. 

Un muro si alza quasi sempre per proteggersi, per paura. E anche nel mondo di oggi, nonostante molte popolazioni si siano avvicinate e siano state abbattute tante barriere, a cominciare dai confini europei grazie al patto di Schengen, di muri ce ne sono parecchi e continuano a essere costruiti. La barriera più recente è quella di cemento, fossati e filo spinato lungo i 700 chilometri di terreno montagnoso del confine con il Pakistan che ha in mente l’Iran, dopo che ha completato un’impresa analoga lungo i 900 km della frontiera con l’Afghanistan. Lo scopo del muro divisorio con il Pakistan è quello di bloccare il traffico di stupefacenti che arriva nel Paese islamico e da lì invade il mercato europeo. Quasi tutta l’eroina passa attraverso l’Iran. Lo stesso scopo lo ha la barriera con l’Afghanistan dove viene prodotto il 95% dell’oppio mondiale. Ma anche il Pakistan ha costruito una barriera di 2.400 km per restare separato dall’Afghanistan. Ognuno innalza il proprio recinto.

Viene chiamata “della vergogna” la barriera di separazione antiterrorismo che Israele ha costruito in Cisgiordania. Si parla meno di altri muri, come “La grande muraglia del Marocco” o “Muro di sabbia”, alto dieci metri e lungo 2.720 km, che protegge dalle intenzioni ostili del Fronte Polisario. La Spagna, a sua volta, ha eretto una barriera elettrificata sorvegliata dai militari nelle enclavi di Ceuta e Melilla per mantenere fuori i lavoratori illegali marocchini e sub-sahariani.

Non dimentichiamo la barriera di separazione tra Corea del Nord e Corea del Sud e il muro di 3.300 km che l’India ha costruito per marcare la divisione dal Pakistan. Le barriere elettrificate nel Botswana sulla frontiera con lo Zimbawe. Il muro di cemento costato mezzo miliardo di euro, munito di videocamere di sorveglianza, che l’Arabia saudita ha costruito per impedire le entrate dallo Yemen, al sud, e la barriera ultra-moderna lungo i 900 km di frontiera con l’Iraq, al nord. Muri che servono a impedire immigrazione clandestina, spaccio, violenze, guerre, attacchi terroristici, e a marcare un’area geografica. Appoggiata dalla Turchia, la Repubblica autonoma di Cipro Nord rivendica una parte dell’isola e quindi ha delimitato il territorio con una barriera. In Thailandia è stata costruita una barriera lungo i 75 km più accessibili della sua frontiera con la Malesia. Barriera tra l’Uzbekistan e il Tagikistan, tra gli emirati arabi e l’Oman, tra il Kuwait e l’Iraq, e il muro tra gli Stati Uniti e il Messico.

Muri dell’odio, anche religioso, come quello in Irlanda che da più di 30 anni separa i cattolici dai protestanti, o quello di cemento che costruirono a Bagdad gli americani per salvaguardare il quartiere sunnita di Adhamiya circondato da distretti sciiti. In Europa, le frontiere sono state abbattute, eppure in molti Paesi i “muri” restano.

In Italia, fino al 2004, c’era il muro che ha diviso Gorizia dalla parte ex jugoslava della città, ora slovena, Nova Gorica. Ma quando i muri cadono e sembra che i Paesi si avvicinino, la Storia si ripete. Diverse le motivazioni, ma il risultato è sempre un muro. In Italia, a Padova, c’è la lamiera di 80 metri in via Anelli, innalzata su richiesta dei residenti per ordine pubblico.

Il più recente è quello tra Chiasso e Como contro l’immigrazione. È solo un’idea, per ora. La richiesta viene del leader della Lega dei Ticinesi, Giuliano Bignasca, che vorrebbe erigere una barriera di quattro metri tra le due città, perché “la rete metallica non è sufficiente”. Servirebbe a evitare l’entrata in Svizzera dei fuggitivi dal Nord Africa. Il muro tra la Svizzera e l’Italia sarebbe un modo per controllare meglio gli illegali che passano da una parte all’altra. Il sindaco di Chiasso, Moreno Colombo, ha detto che “va fatto tutto il possibile per affrontare un evento che potrebbe assumere dimensioni impressionanti”. Chissà se tra 500 o mille anni l’Unesco dichiarerà patrimonio dell’umanità anche questi muri di cinta

fonte: Televideo

giovedì 7 aprile 2011

Mi manca l'aria: sai cosa respiri?

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…SAI COSA RESPIRI?
Monologo di Gabriele Porrati
MI MANCA L’ARIA
Produzione Terremoto Teatro
Testo e regia di Angela Giassi
martedi 12 aprile ore 21:00


SPAZIOMUSICA


Via Faruffini 5


PAVIA


www.spaziomusicapavia.it
con

Michele Bellinzona
Paolo Ciccone
MUSICHE di Gian Maria Franzin

www.cambiamo.org
terremototeatro.blogspot.com