2011, si moltiplicano le emergenze
Bahrein, Costa d'Avorio, Libia. Ad Haiti, resta lenta la ricostruzione
Nel nuovo scenario del 2011 si moltiplicano le crisi umanitarie. Nel Nord-Africa delle rivolte ci sono Tunisia e Libia ma anche Costa d'Avorio e Bahrein dove aumentano le violenze contro i civili. In Bahrein, ospedali e centri sanitari non sono più luoghi sicuri per i malati o i feriti. "Le ferite d'arma da fuoco vengono usate dalla polizia per identificare le persone da arrestare. La negazione delle cure viene usata dalle autorità per dissuadere le persone dal protestare", afferma Latifa Ayada di MsF. Anche i dimostranti devono assicurare di non manifestare presso gli ospedali.
La crisi in Costa d'Avorio
A pochi giorni dalla caduta dell'ex leader ivoriano Gbagbo,le squadre della Croce Rossa sono impegnate ad Abidjan per recuperare i corpi delle vittime degli scontri degli ultimi giorni. Valerie Amos dell'Onu afferma che ad Abidjan e in altre località del Paese scarseggiano cibo e energia elettrica mentre diversi ospedali e scuole sono chiusi. "Sono preoccupata del vuoto di sicurezza in molte zone del Paese", dice Le équipe di MsF da dicembre lavorano per fornire assistenza medica nelle strutture abbandonate dal personale sanitario locale. "L'Onu protegga i civili sfollati",chiede Amnesty International.
Libia, preoccupa la protezione dei civili
Resta preoccupante in Libia il fatto che molti feriti non riescano ad accedere a cure mediche salvavita se non mettendosi in serio pericolo. Le violenze hanno determinato un grande numero di feriti. L'ospedale di Misurata è stato bombardato mentre le altre cliniche stanno terminando le scorte di materiali medici.
Visto il proseguire del conflitto, MsF sta aumentando le proprie attività di assistenza per le persone vittime delle violenze, indipendentemente dalla loro appartenenza. Le Nazioni Unite hanno chiesto aiuti umanitari per 3,6 milioni di libici.
Haiti, A 15 mesi dal sisma
A 15 mesi dal sisma,la ricostruzione ad Haiti è lentissima e il colera continua a minacciare la popolazione. Il numero dei contagiati è diminuito ma con la stagione delle piogge l'epidemia potrebbe acuirsi, spiega Stefano Zannini, capomissione di Medici senza Frontiere. "Msf ha costruito tre strutture sanitarie in meno di un anno e ciò dimostra che è possibile ricostruire ad Haiti. Tuttavia, è mortificante constatare che le strutture ricostruite si contino sulle dita di una mano, comprese le tre di Medici senza Frontiere", denuncia Zannini.
"La situazione resta allarmante", spiega il capomissione di Msf ad Haiti, aggiungendo che il recente processo elettorale sta rallentando lavoro e decisioni delle istituzioni. Il raccolto del riso, che ad Haiti è uno dei prodotti alimentari più importanti, è in difficoltà. "La maggior parte del riso viene prodotta nel dipartimento di Artibonite, che è quello dove l'epidemia di colera ha avuto inizio nell'ottobre 2010. Molti agricoltori si rifiutano di andare in quelle zone a raccogliere il riso", afferma Zannini, preoccupato per una possibile crisi alimentare.
domenica 17 aprile 2011
Informare sul dramma dei civili
Kostas Moschochoritis, direttore di Medici senza Frontiere Italia
Tg italiani e europei a confronto sulle emergenze. Cosa ne scaturisce? "Le tendenze sono le stesse. Sia i media italiani che quelli stranieri mostrano questo divario tra le crisi mediatizzate e le crisi meno esposte. E' il caso di Haiti e Pakistan". Lo afferma a Televideo Kostas Moschochoritis, direttore di Medici senza Frontiere Italia.
"Il sisma ha avuto subito un effetto mediatico anche se poi l'epidemia di colera non è stata seguita nello stesso modo. Le alluvioni in Pakistan, invece, definite uno tsunami peggiore di quello nel sud-est asiatico del 2004, hanno avuto poca attenzione dai media".
"C'è stata meno informazione sulle alluvioni in Pakistan forse perché pur avendo coinvolto 20 milioni di persone non hanno avuto l'impatto emotivo dei 200mila morti di Haiti. Inoltre i Paesi donatori hanno tentato di 'politicizzare' l'intervento nel Paese, teatro da anni di conflitti, spiegando che gli aiuti potevano evitare il rafforzarsi dei terroristi".
"Questo ha creato problemi per le agenzie umanitarie come la nostra che è indipendente. L'intervento umanitario non si può basare sulle conseguenze politiche ma deve essere basato sui bisogni e questo ha condannato il Pakistan".
"In Pakistan abbiamo visto non solo meno attenzione dei media ma ancora peggio pochissimi attori sul campo in aiuto alla popolazione. Quando si usa come scusa la sicurezza (che è anche vero), ma quando già etichetti l'intervento umanitario come un'azione contro il possibile terrorismo allora l'intervento diventa quasi impossibile. Se invece la tua agenda è imparziale, indipendente e neutrale la possibilità di lavorare in questi contesti aumenta".
Crisi ignorate, il problema è l'audience
Perché non si parla delle crisi dimenticate? "Non solo non si parla delle crisi dimenticate ma quando se ne parla lo si fa tenendo in considerazione le cose meno importanti. C'è ovviamente la percezione che non hanno audience", dice il direttore di MsF Italia. "Per Medici senza Frontiere non è questo il caso, i donatori sono estremamente interessati a questi contesti e ci supportano . Per i media c'è una percezione sbagliata, forse ci sono ragioni finanziarie, comunque c'è meno presenza giornalistica. Per esempio in Pakistan non c'è un corrispondente italiano".
"E' ovvio che c'è da considerare anche l'importanza della notizia. Ma prendia- mo ad esempio la Libia. La Libia è sui giornali, ma di due cose non si parla molto. La prima è che l'accesso dei feriti e della popolazione alle strutture sanitarie è molto difficile. Noi siamo presenti a Bengasi, a Misurata, e abbiamo rifornito per due volte l'ospedale e abbiamo evacuato i feriti. La situazione è drammatica a Misurata dove il 3 aprile è stato bombardato l'ospedale. La seconda è che nel Paese sono rimaste bloccate decine di persone provenienti dall'Africa sub-sahariana e che adesso sono terrorizzate perchè se escono diventano bersaglio di violenze".
"La cosa importante è parlare delle crisi umanitarie come quella della Costa d'Avorio. Noi non chiediamo corridoi umanitari, che non sono una soluzione pratica, il problema è che la popolazione abbia accesso alle strutture sanitarie. Ad Abidjan neanche le ambulanze potevano avvicinarsi all'ospedale. Adesso vediamo, le notizie sono nuove".
"In Bahrein è inaccettabile la repressione negli ospedali e questo è il problema di quando non si parla delle cose che sono importanti per la popolazione. A Manama, la gente ferita non va in ospedale perchè ha paura, la polizia arresta chiunque abbia una ferita d'arma da fuoco", afferma K. Moschochoritis. "L'appello di Medici senza Frontiere nei Paesi dove sono in atto le rivolte è garantire la neutralità degli spazi sanitari, garantire l'accesso della gente, dei malati e dei feriti alle strutture sanitarie senza mettere in pericolo la loro vita oppure senza la paura di essere arrestati. E di questo è importante parlare di più".
"In questo momento, le emergenze che ci preoccupano di più sono la situazione in Costa d'Avorio, i profughi dalla Libia e l'epidemia di morbillo e colera nella Repubblica Democratica del Congo"
"Il sisma ha avuto subito un effetto mediatico anche se poi l'epidemia di colera non è stata seguita nello stesso modo. Le alluvioni in Pakistan, invece, definite uno tsunami peggiore di quello nel sud-est asiatico del 2004, hanno avuto poca attenzione dai media".
"C'è stata meno informazione sulle alluvioni in Pakistan forse perché pur avendo coinvolto 20 milioni di persone non hanno avuto l'impatto emotivo dei 200mila morti di Haiti. Inoltre i Paesi donatori hanno tentato di 'politicizzare' l'intervento nel Paese, teatro da anni di conflitti, spiegando che gli aiuti potevano evitare il rafforzarsi dei terroristi".
"Questo ha creato problemi per le agenzie umanitarie come la nostra che è indipendente. L'intervento umanitario non si può basare sulle conseguenze politiche ma deve essere basato sui bisogni e questo ha condannato il Pakistan".
"In Pakistan abbiamo visto non solo meno attenzione dei media ma ancora peggio pochissimi attori sul campo in aiuto alla popolazione. Quando si usa come scusa la sicurezza (che è anche vero), ma quando già etichetti l'intervento umanitario come un'azione contro il possibile terrorismo allora l'intervento diventa quasi impossibile. Se invece la tua agenda è imparziale, indipendente e neutrale la possibilità di lavorare in questi contesti aumenta".
Crisi ignorate, il problema è l'audience
Perché non si parla delle crisi dimenticate? "Non solo non si parla delle crisi dimenticate ma quando se ne parla lo si fa tenendo in considerazione le cose meno importanti. C'è ovviamente la percezione che non hanno audience", dice il direttore di MsF Italia. "Per Medici senza Frontiere non è questo il caso, i donatori sono estremamente interessati a questi contesti e ci supportano . Per i media c'è una percezione sbagliata, forse ci sono ragioni finanziarie, comunque c'è meno presenza giornalistica. Per esempio in Pakistan non c'è un corrispondente italiano".
"E' ovvio che c'è da considerare anche l'importanza della notizia. Ma prendia- mo ad esempio la Libia. La Libia è sui giornali, ma di due cose non si parla molto. La prima è che l'accesso dei feriti e della popolazione alle strutture sanitarie è molto difficile. Noi siamo presenti a Bengasi, a Misurata, e abbiamo rifornito per due volte l'ospedale e abbiamo evacuato i feriti. La situazione è drammatica a Misurata dove il 3 aprile è stato bombardato l'ospedale. La seconda è che nel Paese sono rimaste bloccate decine di persone provenienti dall'Africa sub-sahariana e che adesso sono terrorizzate perchè se escono diventano bersaglio di violenze".
"La cosa importante è parlare delle crisi umanitarie come quella della Costa d'Avorio. Noi non chiediamo corridoi umanitari, che non sono una soluzione pratica, il problema è che la popolazione abbia accesso alle strutture sanitarie. Ad Abidjan neanche le ambulanze potevano avvicinarsi all'ospedale. Adesso vediamo, le notizie sono nuove".
"In Bahrein è inaccettabile la repressione negli ospedali e questo è il problema di quando non si parla delle cose che sono importanti per la popolazione. A Manama, la gente ferita non va in ospedale perchè ha paura, la polizia arresta chiunque abbia una ferita d'arma da fuoco", afferma K. Moschochoritis. "L'appello di Medici senza Frontiere nei Paesi dove sono in atto le rivolte è garantire la neutralità degli spazi sanitari, garantire l'accesso della gente, dei malati e dei feriti alle strutture sanitarie senza mettere in pericolo la loro vita oppure senza la paura di essere arrestati. E di questo è importante parlare di più".
"In questo momento, le emergenze che ci preoccupano di più sono la situazione in Costa d'Avorio, i profughi dalla Libia e l'epidemia di morbillo e colera nella Repubblica Democratica del Congo"
Crisi dimenticate, l'oblio dei mediaIl rapporto di Medici senza frontiere
Crisi dimenticate, l'oblio dei media
Il bisogno umanitario non fa notizia. Il rapporto di Medici senza frontiere
Non è l'entità della catastrofe a fare notizia, a suscitare interesse, ma altri fattori che poco hanno a che vedere con i bisogni umanitari delle popolazioni.
Lo dimostra il settimo rapporto di Medici senza Frontiere,a cura dell'Osservatorio di Pavia, che mette a confronto emergenze dimenticate e emergenze mediatizzate. E nell'analisi del confronto tra tg italiani e stranieri, condotta per la prima volta nel rapporto sulle crisi dimenticate, si rileva che il trend nei media è analogo con differenze minime.
Haiti e Pakistan nei telegiornaliNel 2010 il sisma che ha colpito Haiti e le alluvioni che hanno devastato il Pakistan sono state due emergenze umanitarie enormi che mostrano anche grandi differenze di copertura mediatica. Più copertura giornalistica per Haiti rispetto al Pakistan, maggiore enfasi drammatica nel racconto del sisma: questo in sintesi il risultato delle riflessioni degli esperti.
Il rapporto non dà risposta alla questione degli effetti, come quello della possibile correlazione tra copertura mediatica e mobilitazione degli aiuti. Mette in luce però tendenze ricorrenti nell'informazione sulle crisi.
Nel 2010 i tg italiani nelle edizioni serali hanno dato ampia visibilità al sisma di Haiti in 456 servizi. Alla catastrofe di gennaio è seguita a ottobre l'epidemia di colera che nonostante abbia causato 4.670 morti non ha goduto della stessa attenzione.
Solo 17 i servizi tra ottobre 2010 e febbraio 2011 sull'epidemia di colera e 867, nello stesso periodo, quelli sul delitto di Avetrana. Sono 347 i servizi sul caldo nell'estate 2010, solo 88 quelli sulle alluvioni in Pakistan. Le alluvioni in Pakistan difficilmente hanno aperto i notiziari a differenza del sisma di Haiti.
Lo dimostra il settimo rapporto di Medici senza Frontiere,a cura dell'Osservatorio di Pavia, che mette a confronto emergenze dimenticate e emergenze mediatizzate. E nell'analisi del confronto tra tg italiani e stranieri, condotta per la prima volta nel rapporto sulle crisi dimenticate, si rileva che il trend nei media è analogo con differenze minime.
Haiti e Pakistan nei telegiornaliNel 2010 il sisma che ha colpito Haiti e le alluvioni che hanno devastato il Pakistan sono state due emergenze umanitarie enormi che mostrano anche grandi differenze di copertura mediatica. Più copertura giornalistica per Haiti rispetto al Pakistan, maggiore enfasi drammatica nel racconto del sisma: questo in sintesi il risultato delle riflessioni degli esperti.
Il rapporto non dà risposta alla questione degli effetti, come quello della possibile correlazione tra copertura mediatica e mobilitazione degli aiuti. Mette in luce però tendenze ricorrenti nell'informazione sulle crisi.
Nel 2010 i tg italiani nelle edizioni serali hanno dato ampia visibilità al sisma di Haiti in 456 servizi. Alla catastrofe di gennaio è seguita a ottobre l'epidemia di colera che nonostante abbia causato 4.670 morti non ha goduto della stessa attenzione.
Solo 17 i servizi tra ottobre 2010 e febbraio 2011 sull'epidemia di colera e 867, nello stesso periodo, quelli sul delitto di Avetrana. Sono 347 i servizi sul caldo nell'estate 2010, solo 88 quelli sulle alluvioni in Pakistan. Le alluvioni in Pakistan difficilmente hanno aperto i notiziari a differenza del sisma di Haiti.
LE BARRIERE TRA POPOLI
Un altro mattone nel muro Il mondo sempre più diviso
Muri divisori, muri di protezione, muri insuperabili, muri naturali, muri che hanno diversi significati. Un muro che per qualcuno può essere una protezione per altri è un ostacolo. Anche una montagna è un muro. Le abitazioni sono fatte di muri. Ma come sarebbe il mondo senza confini, senza limiti? La poesia musicale di Gino Paoli fa entrare metaforicamente “il cielo in una stanza, che non ha più pareti”, mentre i Pink Floyd nel loro concept album “The Wall” raccontano le difficoltà psicologiche di un ragazzo che a causa di una serie di traumi si costruisce un muro mentale dietro al quale si isola. Poi, c’è il muro del razzismo, il muro delle diversità sociali, il muro delle divisioni religiose, il muro dell’omertà. E ci sono i muri che separano nazioni intere. Quello più famoso era il Muro di Berlino, abbattuto nel 1989. Quello più antico è la Grande Muraglia cinese che risale al terzo secolo avanti Cristo, dichiarato dall’Unesco patrimonio dell’umanità come il vallo dell’imperatore romano Adriano, tra Inghilterra e Scozia.
Un muro si alza quasi sempre per proteggersi, per paura. E anche nel mondo di oggi, nonostante molte popolazioni si siano avvicinate e siano state abbattute tante barriere, a cominciare dai confini europei grazie al patto di Schengen, di muri ce ne sono parecchi e continuano a essere costruiti. La barriera più recente è quella di cemento, fossati e filo spinato lungo i 700 chilometri di terreno montagnoso del confine con il Pakistan che ha in mente l’Iran, dopo che ha completato un’impresa analoga lungo i 900 km della frontiera con l’Afghanistan. Lo scopo del muro divisorio con il Pakistan è quello di bloccare il traffico di stupefacenti che arriva nel Paese islamico e da lì invade il mercato europeo. Quasi tutta l’eroina passa attraverso l’Iran. Lo stesso scopo lo ha la barriera con l’Afghanistan dove viene prodotto il 95% dell’oppio mondiale. Ma anche il Pakistan ha costruito una barriera di 2.400 km per restare separato dall’Afghanistan. Ognuno innalza il proprio recinto.
Viene chiamata “della vergogna” la barriera di separazione antiterrorismo che Israele ha costruito in Cisgiordania. Si parla meno di altri muri, come “La grande muraglia del Marocco” o “Muro di sabbia”, alto dieci metri e lungo 2.720 km, che protegge dalle intenzioni ostili del Fronte Polisario. La Spagna, a sua volta, ha eretto una barriera elettrificata sorvegliata dai militari nelle enclavi di Ceuta e Melilla per mantenere fuori i lavoratori illegali marocchini e sub-sahariani.
Non dimentichiamo la barriera di separazione tra Corea del Nord e Corea del Sud e il muro di 3.300 km che l’India ha costruito per marcare la divisione dal Pakistan. Le barriere elettrificate nel Botswana sulla frontiera con lo Zimbawe. Il muro di cemento costato mezzo miliardo di euro, munito di videocamere di sorveglianza, che l’Arabia saudita ha costruito per impedire le entrate dallo Yemen, al sud, e la barriera ultra-moderna lungo i 900 km di frontiera con l’Iraq, al nord. Muri che servono a impedire immigrazione clandestina, spaccio, violenze, guerre, attacchi terroristici, e a marcare un’area geografica. Appoggiata dalla Turchia, la Repubblica autonoma di Cipro Nord rivendica una parte dell’isola e quindi ha delimitato il territorio con una barriera. In Thailandia è stata costruita una barriera lungo i 75 km più accessibili della sua frontiera con la Malesia. Barriera tra l’Uzbekistan e il Tagikistan, tra gli emirati arabi e l’Oman, tra il Kuwait e l’Iraq, e il muro tra gli Stati Uniti e il Messico.
Muri dell’odio, anche religioso, come quello in Irlanda che da più di 30 anni separa i cattolici dai protestanti, o quello di cemento che costruirono a Bagdad gli americani per salvaguardare il quartiere sunnita di Adhamiya circondato da distretti sciiti. In Europa, le frontiere sono state abbattute, eppure in molti Paesi i “muri” restano.
In Italia, fino al 2004, c’era il muro che ha diviso Gorizia dalla parte ex jugoslava della città, ora slovena, Nova Gorica. Ma quando i muri cadono e sembra che i Paesi si avvicinino, la Storia si ripete. Diverse le motivazioni, ma il risultato è sempre un muro. In Italia, a Padova, c’è la lamiera di 80 metri in via Anelli, innalzata su richiesta dei residenti per ordine pubblico.
Il più recente è quello tra Chiasso e Como contro l’immigrazione. È solo un’idea, per ora. La richiesta viene del leader della Lega dei Ticinesi, Giuliano Bignasca, che vorrebbe erigere una barriera di quattro metri tra le due città, perché “la rete metallica non è sufficiente”. Servirebbe a evitare l’entrata in Svizzera dei fuggitivi dal Nord Africa. Il muro tra la Svizzera e l’Italia sarebbe un modo per controllare meglio gli illegali che passano da una parte all’altra. Il sindaco di Chiasso, Moreno Colombo, ha detto che “va fatto tutto il possibile per affrontare un evento che potrebbe assumere dimensioni impressionanti”. Chissà se tra 500 o mille anni l’Unesco dichiarerà patrimonio dell’umanità anche questi muri di cinta
Muri divisori, muri di protezione, muri insuperabili, muri naturali, muri che hanno diversi significati. Un muro che per qualcuno può essere una protezione per altri è un ostacolo. Anche una montagna è un muro. Le abitazioni sono fatte di muri. Ma come sarebbe il mondo senza confini, senza limiti? La poesia musicale di Gino Paoli fa entrare metaforicamente “il cielo in una stanza, che non ha più pareti”, mentre i Pink Floyd nel loro concept album “The Wall” raccontano le difficoltà psicologiche di un ragazzo che a causa di una serie di traumi si costruisce un muro mentale dietro al quale si isola. Poi, c’è il muro del razzismo, il muro delle diversità sociali, il muro delle divisioni religiose, il muro dell’omertà. E ci sono i muri che separano nazioni intere. Quello più famoso era il Muro di Berlino, abbattuto nel 1989. Quello più antico è la Grande Muraglia cinese che risale al terzo secolo avanti Cristo, dichiarato dall’Unesco patrimonio dell’umanità come il vallo dell’imperatore romano Adriano, tra Inghilterra e Scozia.
Un muro si alza quasi sempre per proteggersi, per paura. E anche nel mondo di oggi, nonostante molte popolazioni si siano avvicinate e siano state abbattute tante barriere, a cominciare dai confini europei grazie al patto di Schengen, di muri ce ne sono parecchi e continuano a essere costruiti. La barriera più recente è quella di cemento, fossati e filo spinato lungo i 700 chilometri di terreno montagnoso del confine con il Pakistan che ha in mente l’Iran, dopo che ha completato un’impresa analoga lungo i 900 km della frontiera con l’Afghanistan. Lo scopo del muro divisorio con il Pakistan è quello di bloccare il traffico di stupefacenti che arriva nel Paese islamico e da lì invade il mercato europeo. Quasi tutta l’eroina passa attraverso l’Iran. Lo stesso scopo lo ha la barriera con l’Afghanistan dove viene prodotto il 95% dell’oppio mondiale. Ma anche il Pakistan ha costruito una barriera di 2.400 km per restare separato dall’Afghanistan. Ognuno innalza il proprio recinto.
Viene chiamata “della vergogna” la barriera di separazione antiterrorismo che Israele ha costruito in Cisgiordania. Si parla meno di altri muri, come “La grande muraglia del Marocco” o “Muro di sabbia”, alto dieci metri e lungo 2.720 km, che protegge dalle intenzioni ostili del Fronte Polisario. La Spagna, a sua volta, ha eretto una barriera elettrificata sorvegliata dai militari nelle enclavi di Ceuta e Melilla per mantenere fuori i lavoratori illegali marocchini e sub-sahariani.Non dimentichiamo la barriera di separazione tra Corea del Nord e Corea del Sud e il muro di 3.300 km che l’India ha costruito per marcare la divisione dal Pakistan. Le barriere elettrificate nel Botswana sulla frontiera con lo Zimbawe. Il muro di cemento costato mezzo miliardo di euro, munito di videocamere di sorveglianza, che l’Arabia saudita ha costruito per impedire le entrate dallo Yemen, al sud, e la barriera ultra-moderna lungo i 900 km di frontiera con l’Iraq, al nord. Muri che servono a impedire immigrazione clandestina, spaccio, violenze, guerre, attacchi terroristici, e a marcare un’area geografica. Appoggiata dalla Turchia, la Repubblica autonoma di Cipro Nord rivendica una parte dell’isola e quindi ha delimitato il territorio con una barriera. In Thailandia è stata costruita una barriera lungo i 75 km più accessibili della sua frontiera con la Malesia. Barriera tra l’Uzbekistan e il Tagikistan, tra gli emirati arabi e l’Oman, tra il Kuwait e l’Iraq, e il muro tra gli Stati Uniti e il Messico.

Muri dell’odio, anche religioso, come quello in Irlanda che da più di 30 anni separa i cattolici dai protestanti, o quello di cemento che costruirono a Bagdad gli americani per salvaguardare il quartiere sunnita di Adhamiya circondato da distretti sciiti. In Europa, le frontiere sono state abbattute, eppure in molti Paesi i “muri” restano.
In Italia, fino al 2004, c’era il muro che ha diviso Gorizia dalla parte ex jugoslava della città, ora slovena, Nova Gorica. Ma quando i muri cadono e sembra che i Paesi si avvicinino, la Storia si ripete. Diverse le motivazioni, ma il risultato è sempre un muro. In Italia, a Padova, c’è la lamiera di 80 metri in via Anelli, innalzata su richiesta dei residenti per ordine pubblico.
Il più recente è quello tra Chiasso e Como contro l’immigrazione. È solo un’idea, per ora. La richiesta viene del leader della Lega dei Ticinesi, Giuliano Bignasca, che vorrebbe erigere una barriera di quattro metri tra le due città, perché “la rete metallica non è sufficiente”. Servirebbe a evitare l’entrata in Svizzera dei fuggitivi dal Nord Africa. Il muro tra la Svizzera e l’Italia sarebbe un modo per controllare meglio gli illegali che passano da una parte all’altra. Il sindaco di Chiasso, Moreno Colombo, ha detto che “va fatto tutto il possibile per affrontare un evento che potrebbe assumere dimensioni impressionanti”. Chissà se tra 500 o mille anni l’Unesco dichiarerà patrimonio dell’umanità anche questi muri di cintafonte: Televideo
giovedì 7 aprile 2011
Mi manca l'aria: sai cosa respiri?
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